giovedì 11 agosto 2016

Castelmagno. Santuario di San Magno

Sulla strada stretta ed impervia che porta al Colle del Fauniera o Colle dei Morti, si incontra il santuario di San Magno, la cui zona è stata luogo di insediamento pagano, prima di quello cristiano. Il luogo è suggestivo e ideale per una visita culturale. La struttura è attrezzata per offrire ristoro ai pellegrini e ai visitatori. Per i ciclisti che intendono sfidare le asperità del Colle Fauniera, consiglio  di fare come ho fatto io, cioè di fermarsi al santuario, dopo avere raggiunto la vetta del passo, ritornando per la stessa strada. Allo stesso modo, consiglio la visita al santuario, a quanti vogliono fermarsi a meditare e a guardare le bellezze dell'arta sacra e della natura.  Saluti ciclistici. 





Il colonnato della chiesa del santuario. 




L'antica Cappella
                                                 
Il piazzale antistante il santuario. Sullo sfondo le cime. 



Colle Pantani ( o colle Fauniera o colle dei Morti).




Sul Fauniera ho incontrato Dante e a lui dissi: “Qui si va per la follia, qui si va per l’ardua fatica, qui si va pregando”. Non saprei descrivere, o compendiare, in altro modo la salita del Fauniera. Il Fauniera è una salita dura, implacabile, selvaggia, pericolosa e straordinariamente epica; una delle  Grandi Salite, più "massacranti" in assoluto. Lunga 22400 metri (da Pradleves, il versante più duro, quello del Giro d’Italia e della GF Fausto Coppi), pendenza media del 7,6 %, pendenza massima del 15%, dislivello 1689 metri ( 824 metri alla partenza e 2511 metri all’arrivo); il paesaggio è una tela dipinta con i colori severi dell’alta montagna, espressione aulica della natura primordiale. Pantani qui scattò per andare a prendersi la maglia rosa del memorabile Giro d'Italia del 1999. È' la salita simbolo della dura GF Fausto Coppi. Viene altresì chiamato Colle dei Morti per via della cruenta battaglia combattuta tra le truppe franco-ispaniche e quelle piemontesi. 
Il Fauniera è emozionante anche per chi, come me, è un veterano delle salite sacre al ciclismo. Ho approfittato del meteo, non ottimale, per rivivere, per quanto possibile, le condizioni, in parte avverse, di una tappa alpina del Giro. Oggi è stata una mattina, senza sole, completamente nuvolosa, con 11 gradi a Pradleves e 6 gradi in cima, con il freddo che accentuava la difficoltà della fatica. La mia “tappa” è stata pedalare per rampe durissime, quasi interminabili, lungo un filo sottile di strada, scartando le auto e le moto, sospeso in un equilibrio precario, stretto fra la roccia della montagna e il precipizio della vallata, privo delle barriere di protezione. 
Il mio Fauniera è stato quel “Ricordatevi di chi non c’è più”, scritto da uno sconosciuto sulla fontanella della malga più alta d’Europa, a pochi km dalla vetta, quella statua di Pantani, sola e triste, come la sua vita; quel pedalare attraverso le nuvole. Il Fauniera è stata un emozione fortissima ed unica. Non dimenticherò mai il momento in cui sono arrivato tra le nuvole, sulla cima del passo ! E' stato come pedalare nel cielo. Un emozione unica e straordinaria. 
Chi pedala per le Alpi non ha paura, e porta con se, una sfida, contro se stesso, quel bisogno incensante di salire in alto, di conquistare una cima, di sentire emozioni che solo la montagna sa dare. Ed ogni volta che si arriva in vetta, c'è la difficoltà di ritornare  a casa. Tutti coloro che vanno per le Alpi non vogliono tornare, ma dovranno farlo, se vorranno arrivare su una nuova cima. Una ricerca infinita del cielo e di una nuova strada. 
Come accade in tutte la salite del grande ciclismo, qui si sale con l’anima e non solo con il corpo. Ci vogliono le “palle” per salire sul Fauniera, soprattutto in solitaria e con il freddo. Non me la sento di consigliarlo, almeno ai ciclisti normali. Auspico un ritorno del Fauniera al Giro d'Italia per rivedere una grande tappa, anche se ciò dipende da questioni economiche. Purtroppo. Sarebbe ideale ritornare quassù in occasione dell'edizione 100 del Giro d'Italia, che si disputerà il prossimo anno (2017). Un modo per ricordare un protagonista indiscusso della corsa rosa. 
Tempo di ascesa: 2 ore. 
Avvertenze per l’uso del Fauniera: non salite sul Fauniera se non avete un ottimo allenamento, la piena padronanza del mezzo, la tenacia e la pazienza di non mollare, mai; usate corone 34 o 36  e come pignone più agile, il 28 o il 29; portatevi borracce da 1,5 litri ( l’ultima fontanella sgorga sulla strada che passa davanti all’ultima malga, approfittatene, non salite senza acqua, soprattutto in una giornata di sole); non distraetevi mai, un attimo potrebbe essere fatale; gonfiate i tubolari ad una pressione non troppo alta; se la temperatura non è calda, usate gambali e manicotti, vi aiuteranno a  limitare gli effetti negativi del freddo sui muscoli, oppure usate cremi riscaldanti; se salite in compagnia non procedete affiancati. Occhio al manto stradale. Dopo il santuario di Castelmagno prestare  attenzione ai sassi; il tratto finale è oggetto di lavori di manutenzione. Godetevi ( se potete) le marmotte, le troverete ovunque; le considero le migliori tifose dei ciclisti indomiti. Il Fauniera non concede tregua, 26 e 29 fino in cima, e tranne qualche breve tratto, non smette mai di impennare la pendenza. Al ritorno se deciderete di scendere dal versante di Pradleves, fermatevi all’antico santuario di Castelmagno, dotato di una vista panoramica molto bella, utile anche per rifocillarsi al bar o al ristorante. Dopo il paese di Castelmagno e fino in cima, la carreggiata è senza protezione, tanto stretta da diventare ad una corsia; se deciderete di scendere da questo versante, fatelo con estrema prudenza, cercate di non prendere troppa velocità per essere pronti a schivare auto, moto, camioncini e sassi, avendo l’attenzione di non occupare il centro strada, per evitare di frenare e di derapare all’ultimo. Sul Fauniera si rischia moltissimo, ricordatelo. Sul tratto asfaltato, si possono leggere le indicazioni stradali con i km percorsi e la pendenza massima del tratto: non spaventatevi se leggerete pendenze a due cifre; è il prezzo da pagare per meritare la cima. Sul punto va detto che il cartellone posto all’inizio della salita indica come pendenza massima il 14%, mentre su un cartello c’è scritto, pendenza massima 15%. Io credo che in realtà si tratti del 15%. Qualche chilometro prima dello scollamento, la strada lunga e stretta passa, nel punto dove si allarga, per un breve tratto: la Tana della Marmotta. In effetti, qui di marmotte ne ho incontrate molte ed è stato bello vederle attraversare la strada o rimanere in posizione eretta a guardarmi, semi nascoste tra l'erba che cresce sul ciglio della strada. Come non ricordare i loro numerosi fischi, quasi un saluto a quanti passano. La natura è un grande ed unico spettacolo. Una curiosità: la cima del Fauniera oggi si chiama ufficialmente Colle Pantani, come da delibera del consiglio comunale di Castelmagno, nel cui territorio sin trova il passo. 
Questa salita la dedico a chi per emozionarsi ha bisogno di sfidare ( con rispetto) la montagna. 
Un ringraziamento alla mia famiglia. Saluti ciclistici. 
















            














                                       
                                             A più di 2500 metri erano le nuvole, altro che nebbia !!!!!!




Piemonte: il Fauniera ribattezzato Colle Pantani
A Marco Pantani viene dedicato un colle. La notizia è ufficiale e costituisce una novità assoluta, perchè il nome del Pirata comparirà sulle cartine geografiche e non soltanto su quelle effimere dedicate al ciclismo ed alle grandi corse. Si chiamerà infatti Colle Pantani la Cima Fauniera sulle montagne cuneesi nel territorio del comune di Castelmagno. Ed è stato proprio il Consiglio Comunale di quel borgo reso celebre da uno squisito formaggio a deliberare in tal senso. Adesso verrà informato per la ratifica l’Istituto Geografico Militare.
E’ quella la novità. Non si tratta - lo ribadiamo - d’una denominazione sportiva da citare in occasione del passaggio del Tour de France o del Giro d’Italia. E non esiste niente di simile nella storia e nella leggenda del ciclismo. Cime Coppi e Pantani riguardano eventualmente un evento. Però i colli mantengono la loro denominazione. L’idea di battezzare un colle col nome di Marco Pantani appartiene alla mente fervida di Ferruccio Dardanello e dei suoi amici cuneesi che sulle strade della Provincia Granda quest’estate ospiteranno per ben tre giornate il Tour de France. Gli stessi personaggi che grazie al Col Cuneo avevano ospitato nel cuneese il Giro d’Italia dal '90 al 2005. Beppe Conti - "Tuttosportdel 16 aprile 2008"

domenica 7 agosto 2016

La foto del giorno: un ciclista avvocato al Palazzo di Giustizia di Briancon.

Prendete Briancon, la città più alta d'Europa; aggiungete il suo Palazzo di Giustizia e un avvocato ciclista. Mettete a fuoco, scattate; et voila', la foto del giorno. Saluti ciclisti e forensi. 

sabato 6 agosto 2016

Col d'Izoard. Omaggio a Coppi e Bobet. Da Arvieux a Briancon.














Fuori dal palazzo di Giustizia di Briancon




La targa commemorativa di Gino Bartali, posta all'entrata del castello di Briacon.








L'Izoard è il Tour de France, è il Giro d'Italia. Siamo in territorio francese, più precisamente del Tour. Il primo corridore a vincere sull’izzard, la montagna leggendaria fu Philippe Thys nel 1922, già vincitore di tre edizioni della corsa a tappe più importante al mondo. Che trattasi di zona sacra al ciclismo, lo ricordano le due stele dedicate a Coppi e Bonet, incastonate nella roccia della zona ad alto valore naturalistico del Queyras, quella della famosa e magnifica Casse Deserte, rocce e guglie e priva di vegetazione, denominazione che evoca un paesaggio lunare, unico al mondo. Mi ha colpito una piccola urna adagiata sulla stele del Campionissimo, contenete la terra del suo paese natale, Castellania. Qui viene in pellegrinaggio chi ama il ciclismo e la sua storia; chi vuole cimentarsi con un severo banco di prova alpino. Segnalo l’educazione dei ciclisti francesi, che usano salutare tutti i ciclisti che incontrano; non è singolare la cortesia dimostratami da un ciclista francese nel chiedermi se volevo che mi scattasse una foto davanti alla colonna posta in cima al Col d’Izoard ! Su tutte le strade di montagna francesi sono presenti sui lati della strada, cartelli con indicazioni relative al chilometraggio e alla pendenza delle salite. Ciò è sintomatico della particolare cura che i francesi hanno per i ciclisti e il ciclismo. Cosa poco frequente sulle salite alpine italiane.  
Dal punto di vista tecnico, la salita ha i numeri da big climb ovvero hors category dal versante del  Tour de France e del Giro d’Italia: altezza  2360 metri dal livello del mare, lunghezza 14,170 km, dislivello 1007 metri, pendenza media 7,1 %, (pendenza che avrebbe potuto essere più alta se non ci fosse stata la breve discesa con forte dislivello di circa 100 metri), pendenza massima 14%. La parte finale è completamente esposta al sole, che in assenza della brezza, rende più difficile l’ascesa. Dunque occhio al sole che in alcuni tratti, quelli senza vegetazione, costituisce una vera insidia. Oggi la temperatura era insolitamente bassa e soffiava una brezza che arrecava sollievo. Ma di solito non è così; non scordate che queste sono le strade del Tour de France, calde e torride.   
Il mio ritorno in Francia, sulle strade del Tour dopo tre anni fa, è stata un tuffo del passato, in ogni senso, un omaggio a Coppi e Bobet e a tutti i campioni che sono passati per questa strada alpina. Una salita sacra che mi ero promesso di scalare, dopo le precedenti ascese del Galibier ( doppio versante), dell’Alpe d’Huez, del Telegraphe, del Glandon, delle Dues Alpes, le Croix de Fer. In fondo il Tour de France è tutto qui, in queste montagne che hanno scritto la storia del ciclismo. Qui si sentono echeggiare le voci dei tifosi, urlate, ai lati della strada, al passaggio dei corridori, Qui si possono vedere le ombre sulla strada, di Coppi, Bottecchia, Bonet, Bartali, Pantani. 
Non c’è dubbio: il Col dell’izoard è stata una delle mie più belle scalate. 

Voglio ricordare quel momento così......Pedalo con la testa nel tempo che non c’è più, quando i corridori erano malinconici e la gente solidale, aveva ideali. Mi sembra di stare in fuga, con il gruppo che insegue. La gente che applaude ai bordi della strada. L’aria fresca la sento sulla pelle, coperta dalla maglia madida di sudore. Un po' di vento mi porta voci lontane. Non c’è pesantezza nelle gambe e spingendo sui pedali, rilancio l’andatura, ad ogni tornante. C’è qualcosa di misterioso che mi aiuta ad aumentare la velocità; il mio sguardo è ovunque, pensando che quella strada, quelle rocce, ogni cosa, possa parlarmi del Campionissimo. Superati i 2000 metri, tutto è magico. La strada improvvisamente, smette di salire, e tutto intorno a me, sembra mutare, di colpo. Si erge in tutta la sua struggente bellezza la Casse Deserte, paesaggio lunare e rocce di una straordinaria forma e colore. Il sole è più intenso. Non pedalo più, abbacinato dalla bellezza del panorama e delle pareti rocciose, dritte e appuntite. Pedalo nella storia del ciclismo. Qui campioni d’ogni tempo hanno lottato per la gloria. La strada scivola sotto i tubolari, lungo la breve discesa. Prima che finisca di attraversare il vento, scorgo alcune rocce solitarie, ingentilite da piccoli alberi rimasti aggrappati alle irti rocce. Prima che incominci a pedalare sul ripido e stretto tornante, stretto tra la parete rocciosa e le piccole rocce solitarie, un rapido sguardo, e riconosco le due piccole lapidi dedicate a Fausto Angelo Coppi da Castellania e Bobet. Non c’è tempo e modo di fermarsi; lo farò al ritorno dalla cima del Col d'Izoard. La visita alle stele è stata indimenticabile.
Tempo di ascesa: 58 minuti 
Consigli: usare il 29 ( o il 28 per Shimano e Sram) e ovviamente la compact o la semi compact, borraccia da 1,5 litri e prestate attenzione ai motociclisti che con il passare del tempo, sono diventati un vero problema per la sicurezza degli automobilisti e ciclisti, anche nelle zone di alta montagna. La strada che porta al bivio D902 è a due corsie ed è trafficata. Fino al paese di Arvieux si procede su un tratto che passa da una pendenza minima del 3,2 % a quella massima dell'8,4%. Giunti al bivio di Pasquer si arriva sull'unico brevissimo tratto che segna 0%. Approfittate di questo tratto non impegnativo, per pedalare tranquilli. La salita vera e propria inizia ad Arvieux, che riconoscerete per il classico campanile. Da Arvieux le pendenze si alzeranno gradualmente, ma inesorabilmente, senza scendere mai sotto 7-8-9%. La pendenza massima del 14% la incontrerete al km 7, a quota 1790 metri, e poi come dicevo, davanti alla stele di Coppi e Bobet, lungo la Casse Deserte, al km 12 circa, a quota 2187 metri. Se volete fare lo scatto ( è d'obbligo) davanti alle stele di Coppi e Bonet, fate attenzione; è posta in prossimità di un precipizio, all'interno di una "nicchia" ricavata al lato della strada, in un tratto dove non è possibile fermarsi in salita, vista l'elevata pendenza (14%) e il tornante stretto. Vi consiglio di farlo al ritorno dopo avere raggiunto il passo; in pratica lo raggiungerete in discesa. Raggiunta la vetta, a quota 2360 metri, dopo 14 km e 170 metri, godetevi il meraviglioso panorama, e immortalate il momento davanti all'obelisco, di solito trafficato da ciclisti e motociclisti  per la foto di rito. In cima ho trovato due bancarelle fornite di dolci, souvenir e cartoline con il timbro commemorativo. Una volta rifocillati, avrete due possibilità, ritornare ad Arvieux oppure scendere verso Briancon, la città più alta d'Europa. Lungo entrambe i versanti, le discese sono tecniche e molto impegnative, soprattutto nella prima parte, del versante Briancon. Prima di giungere a Briancon, si attraversa Cervieres. La strada è stretta e ripida, con alcuni dossi aperti nel mezzo, per favorire il passaggio dei ciclisti. Briancon è molto bella e merita una sosta. Per arrivare al castello di Briancon, posto sulla parte alta della città, occorre superare una rampa del 14%. Saluti ciclistici. 















































































mercoledì 3 agosto 2016

Colle dell'Agnello. Il Lupo mangia l'Agnello. 🚵💨

Il Colle dell'Agnello (versante italiano da Casteldelfino) è una delle salite più dure dell'arco alpino. Dopo il Col d'Iseran e lo Stelvio è' la strada asfaltata più alta d'Europa; tra di loro c'è solo una differenza di qualche metro.  La sua carta d'identità: da Casteldelfino, km 21,300, dislivello 1452 metri, pendenza media 6,8, pendenza massima 15%.
Come è nello stile di Lupo Solitario, salgo da solo, per rendere la sfida più dura. Fino a Pontechianale, ultimo paese prima della cima, si affrontano tornanti impegnativi, brevi e discontinui rampe. Dopo il bivio di Pontechianale, superata la vecchia dogana, inizia l'inferno: 10 km, con pendenza media del 10%, con tratti superiori al 12-14%, e l'arrivo a quota 2744 metri dal livello del mare, e nessuna possibilità di prendere fiato. Si può solo pregare e liberare la follia. La durezza della salita non ha pietà del ciclista che lancia la sfida e nessun rapporto salva la gamba; si sale con la forza della mente; fondamentale è l'esperienza nella gestione delle forze. Sulle Alpi si è soli, senza il gruppo che ti ripara dal vento; si sale, contando solo su se stessi, in ogni senso; per questo si trovano avvantaggiati  quelli che prendono sempre il vento in faccia e non si nascondono nel gruppo. La strada si avvinghia alla pareti della montagna; salire è sfidare la gravità; è superare i propri limiti.  L'altitudine elevata non agevola lo sforzo, anzi lo comprime, per la rarefazione dell'ossigeno. Tanto per rendere l'idea della sfida: con il 36/29 sembra di spingere all'indietro, con il 34/29 la gamba non riesce a girare in agilità e sembra di tirare il 53/11! Il colle dell'Agnello soprattutto nell'ultimo tratto è una rampa senza fine. Ogni tornante è stretto e rappresenta un gradino sempre più alto verso il passo. Non c'è tregua. Un apnea infinita. Le gambe sono sempre costantemente indurite dalla sforzo, e la schiena, in continua tensione, può anche dolere. Si procede costantemente fuori soglia. Dunque se non avete una buona dose di follia, pazienza tattica e capacità di gestire le forze, come del resto è necessario per ogni salita montana, è meglio rimanere a casa. Consiglio di fare attenzione al traffico veicolare. La presenza fastidiosa e pericolosa dei motociclisti e di un gruppo di scuteristi torinesi, ha reso la “scalata” più difficile, dovendo gestire, nonostante lo sforzo delle pendenze e dell'altitudine, le errate ed imprudenti scie dei centauri senza abilità e i loro ravvicinati sorpassi, su una careggiata, non larga. Una volta in cima, ho cercato con lo sguardo il ceppo costruito dai francesi, recante la linea di confine Francia-Italia, le cui fattezze e il colore, richiamano quelle di un altare, che in questo caso, celebra la passione dei ciclisti. Come da prassi, la foto di rito è un modo per dimostrare rispetto alla montagna e per affidare il momento all'eternità, quella degli uomini comuni. Davanti a me, le due imponenti catene alpine, quella francese e quella italiana, si incontrano sul passo, così grandi che incutono timore. Qualche cumulo di neve, si trova ancora per le pendici. Chiudo gli occhi per un attimo, accarezzato dal vento fresco che soffia dalla Francia. Avrei voluto che quel momento non finisse mai; l'ho atteso e preparato per un anno. Ma il tempo si consuma e nuovi eventi incalzano la vita, nuove cime mi attendono. Mi guardo intorno, memorizzo ogni cosa, un modo per portarli via con me. Io piccolo uomo, rendo omaggio alla montagna. E' il momento sacro in cui celebro la divinità della Natura, sull'altare severo del passo, sul quale lascio come dono, i sacrifici fatti per arrivare fino lassù. 
Tempo di ascesa:  1 ora e 50 minuti.
Consigli: per salire sul passo occorre un ottima preparazione, una notevole dose di follia e coraggio,  soprattutto per chi sale da solo; usate una guarnitura compact o semi compact; è d'obbligo il 28-29. Usare borraccia da 1,5 litri. 
 Saluti ciclistici 🍾