mercoledì 1 maggio 2013

La recensione del libro "Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro" di Mimmo Franzinelli.

Mi piace entrare nelle librerie, scrutare negli scaffali, dove i libri attendono di essere toccati e sfogliati. Mi piace sentire l'odore diffuso dalle pagine nuove, non profanate dalle impronte. Mi piace entrare in quella dimensione senza tempo, straordinariamente eterna, composta da personaggi, fatti, idee, emozioni, universali. Molti libri, sono autentici, nel senso che rappresentano, un espressione formidabile di valore assoluto, una pietra miliare della cultura. E la cultura è vita, come quella, narrata nel nuovo libro di Mimmo Franzinelli, intitolato " Il Giro d'Italia. Dai Pionieri agli anni d'oro" edito dalla prestigiosa casa editrice Feltrinelli, nella collana Storie, 342 pagine. Un documento storico, di taglio enciclopedico. Le foto fuse nelle pagine, scritte dal Franzinelli, attraggono repentinamente e sono la prova documentale, inoppugnabile, di quella realtà, salvata dall'oblio. Foto storiche, inedite, in bianco e nero; foto che provengono anche dall'archivio segreto del compianto patron del Giro d'Italia, dal 1949 al 1992, Vincenzo Torriani. Nel libro c'è la storia del Giro, corredato da un prezioso, esaustivo ed iniziale contributo sulle vicende della bicicletta, nel capitolo " Dal velocipede alla Bicicletta";  una doverosa e suggestiva narrazione della storia di questa macchina formidabile, che ha regalato emozioni sportive e personali, a molte generazioni e persino alle sorti dell'Italia. Una "pedalata" nella meravigliosa epopea, iniziata nel 1908 e conclusasi nel 1992, in quell'ultima stagione del ciclismo, combattuta da campioni dal nome leggendario, come quello, fra i tanti, di  Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault; " Poi le cose sono cambiate: pesanti condizionamenti finanziari e l'esteso ricorso al doping hanno snaturato lo sport, ma questa è un altra storia.", come conclude Franzinelli. Uno studio certosino, fondato su un imponente bibliografia di oltre 500 volumi.  Franzinelli ha ricostruito, in modo originale ed autentico, la corsa rosa, come se fosse un film, e ciò nonostante l'assenza di una bibliografia completa e definitiva del ciclismo. Il volume è corredato dalla testimonianza fotografica del patron Torriani, un pregiato ed esclusivo contributo, grazie alla disponibilità del figlio Marco, ma anche di quella proveniente dal prestigioso Museo del Ciclismo del Ghisallo, dall'Archivio fotografico di Vito Liverani, dal museo Ercole Baldini, dall'archivio storico del Circolo Culturale Ghislandi, dalle carte familiari di Carla de Martino, di Elisabetta Nencini, infine di Roberto Poggiali . Una sorta di censimento, scevro dalle pubblicazioni di scarso rilievo, dal carattere agiografico e dal contenuto superficiale, che nonostante il notevole lavoro svolto dall'autore, già vincitore del premio Viareggio 2000, è rimasto parziale, stante la dispersività editoriale in materia. Non è un romanzo storico, ma quando si scrive di ciclismo, persino le parole, assumono un retrogusto romanzesco. La caratteristica saliente di questo libro, è un informazione sulla corsa rosa, vasta e dettagliata. Si apprendono episodi e retroscena, sconosciuti ai più. Tutto si fonde in un unica trama, inscindibile: la storia dell'Italia e quella della corsa rosa, con le vicende e il destino dei campioni, stelle nel firmamento dello sport mondiale. E tutto conduce alla figura precipua del patron Vincenzo  Torriani, capace di connotare il Giro d'Italia, di originalità e di formidabile forza organizzativa: persino il Tour "copia" le formule adottate da Vincenzo Torriani, quali la carovana pubblicitaria e l'arrivo nei centri storici.  Le figure mitiche dei "big", che hanno lasciato il proprio nome nel palmares della corsa rosa, ma anche quelle dei gregari, sono raccontate con particolari,  con aspetti suggestivi, unitamente alle loro incredibili imprese sportive e storie di vita. L'intreccio tra la storia dell'Italia e quella del suo Giro, è così forte, che spesso affronta problematiche politiche e sociali, utili per capire anche da dove veniamo. La parte del libro del Franzinelli che prediligo è quella dedicata ai pionieri del ciclismo nazionale, fusa con la nascita e l'evoluzione della bicicletta, discendente del velocipede e del celerifero, spiegata grazie ad un prezioso excursus storico. Un ciclismo pioneristico che elegge Milano come città natale; una bicicletta ritenuta  un mezzo di trasporto e di svago eversivo, tanto da attirare l'attenzione del criminologo Lombroso, che ne scrive un saggio intitolato " Il ciclismo nel delitto" e diventare una sorvegliata speciale nella città ambrosiana: un ordinanza  stabiliva, tra l'altro, il necessario patentino di guida e il pagamento di un esosa tassa di circolazione ! La bicicletta mezzo di trasporto del popolo, il più diffuso in quell'epoca, capace di  regalare emozioni uniche ad un Italia povera e precaria, grazie alla forza e alla determinazione dei suoi campioni, tutti di estrazione umile, che attraverso la macchina a due ruote, hanno ottenuto un riscatto personale e coperto di prestigio la nazione. Non poteva certo mancare una narrazione, sia pure di secondo piano, del Tour, più antico e dotato di capacità finanziarie, che spesso è stata occasione non solo di confronto, ma anche di vera contrapposizione sportiva tra la Francia e l'Italia. Una storia, quella del Giro,  difficile e sofferta, una delle cose più belle della nostra Italia, delle quali essere orgogliosi. E' appena il caso  precisare una questione, a mio sommesso avviso, sull'origine del soprannome del ciclista Cesare Pavese: l'avocatt. Nel libro " L'Avvocat in bicicletta", l'edizione del 1954 del libro dell'immaginifico Gianni Brera,  a pagina 124, si attribuisce l'uso di tale appellativo, alla vicenda che portò il ciclista insieme ai suoi compagni di corsa, Galetti e Bruschera, ad affrontare in tribunale, la questione in merito alla riscossione dei premi ammontati a seimila lire, pattuiti per la partecipazione al Giro, sorta con l'allora direttore della squadra dell'Atala. All'indomani della vicenda processuale, peraltro vinta dai  predetti ciclisti, in appello, il Pavese diventò l'Avvocat Pavesi, proprio per la sua caparbietà e abilità indiretta nell'affrontare legalmente la questione. Nel libro di Franzinelli, il soprannome di Avocatt, viene attribuito invece al fatto che il Pavese, fosse fornito di eloquenza e generosità ( pag. 40). Probabilmente sono vere entrambe le letture. Il libro storico del Franzinelli ha il merito, anche di affrontare, molte vicende, talune oscure e altre complesse, del ciclismo, tra le quali, la morte misteriosa del campione Ottavio Bottecchia e il rapporto difficile tra ciclismo e il regime fascista, culminato nella scelta scellerata nel suo intento, di orientare le masse verso il calcio, per averne un maggiore controllo sociale. Una menzione a parte, infine merita l'analisi dettagliata del rapporto tra il Giro e il mondo del cinema e della RAI. Alla fine della lettura del libro, inedita e storica, con stile cinematografico, sono stato colto da una malinconia per il trascorrere delle edizioni della corsa rosa,  portatrici di un epoca fatta di forza morale e  di autentici campioni; per la comunanza nella sofferenza, umiltà, autenticità, di un ciclismo  irripetibile. Un Italia che non riconosco più.
Concludo la recensione del libro del Franzinelli affidandola a queste mie parole: " E' un tempo che muore, nell'ultima pagina; la nostalgia la si avverte, fin dall'incipit, la sofferenza, madre della povertà, rende eroico il campione generato dal popolo, forgiato dal sacrificio; la vita è come una corsa a tappe; ma il successo che se ne trae è effimero e dura l'attimo fuggente, per i campioni, per i comuni mortali. Quel che rimane è una fuga verso la libertà e l'illusione della gloria per superare la condizione di sofferenza terrena e di inguaribili sognatori "   


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