giovedì 8 maggio 2014

Cronaca personale tratta dal primo giro d'Italia: anno domini 1909.

Milano 12 maggio 1909 - Tutto ebbe inizio dalla lettura del volantino consegnato alla punzonatura: " Corridori !!! L'ora è prossima, la battaglia incombe. Gli amatori del ciclismo di tutte le nazioni vi ammirano e vi attendono. Ognuno Ha fra di voi il suo favorito, la sua speranza. Come corridori italiani avete il gran compito di difendere i colori della nazione. Come forestieri ed ospiti, troverete fra i nostri campioni avversari degni e cortesi. Corridori ! Concorrete tutti ! Più che il premio, vi sia di incitamento l'amore puro per lo sport. In questo amore, in questa passione sana e sincera, voi troverete le forze per vincere, per trionfare...Ed ora correte, correte, correte: tutta l'Italia vuole vedervi, ammirarvi. Tutti sentono il bisogno di applaudirvi. Il vostro bel gesto di avere saputo osare segna l'inizio di una vittoria. In ognuno di voi c'è l'anima di un trionfatore." Capì che il mio viaggio nel tempo, era arrivato nell'epoca del ciclismo eroico, anno domini 1909 ! Altra Italia, altri sportivi, altri ideali. Un epoca fatta di eroi delle due ruote silenziose, senza laboratorio, senza tecnologia, solo sudore, dolore e tanta fatica: eroismo allo stato puro. Una selezione della specie del ciclista, che non ammetteva scuse; o si arriva o si muore ! Il regolamento: il vincitore di tappa riceve un solo punto, gli altri, più punti;  quasi a dire ciò che conta è colui che taglia per primo il traguardo. E così la classifica non considera i tempi di percorrenza, ma solo i punti accumulati sui vari traguardi. Duemilacinquecento chilometri lungo strade fatiscenti da percorrere dal 13 al 30 maggio, in pratica otto tappe massacranti, da alternare con due giorni di riposo. Quel 12 maggio le sorprese non erano finite per me ciclista degli anni 2000 ! Il regolamento proibisce la sostituzione della bicicletta punzonata e in caso di incidente, dovrò arrangiarmi per la riparazione oppure ritirarmi. In questo momento storico, la specialissima, viene chiamata, "macchina a pedale" ed è composta da un telaio d'acciaio e cerchioni in ferro; provo a sollevare quella che sono riuscito a procurarmi da un negoziante di Milano, neanche a buon prezzo ( 600 lire, prezzo esoso, se si considera che lo stipendio giornaliero di un operaio è di soli 2 lire e mezza); mi prende un colpo: pesa come un macigno e non ci vuole molto a capire che pesa 15 chilogrammi ! E' una "macchina"; dovrò accessoriarla in modo da sopperire la mancanza di assistenza, come impone il regolamento: parafanghi ( pedalerò lungo tracciati per lo non asfaltati, tra la polvere, i sassi e il fango, in caso di pioggia), dinamo, campanello, pompa e fanalino, tubolari Pirelli o Dunlop, da mezzo chilo ciascuno, due borracce agganciate al manubrio, e riempite alla faccia dei sali minerali, di sola acqua e vino ( ma c'è qualcuno che usa infilarsi nella tasca posteriore anche una fiaschetta di grappa, per difendersi dal freddo). Più la guardo la mia macchina  e più mi accorgo che è una lontana parente della bicicletta che ho lasciato nell'altra dimensione temporale: questa non ha il cambio, ma solo un rapporto fisso che obbliga a pedalare sempre, anche in discesa. Ma le scorte al seguito non sono certo finite qui: tubolari di scorta ( ne prendo solo quattro con la speranza che mi basteranno), da portare incrociati al torace e sotto la sella la borsa degli attrezzi, con pinza, cacciavite, fil di ferro, viti, mastice. In pratica sono un negozio mobile di ferramenta !!!  Al di fuori dei rifornimenti ufficiali, non riceverò aiuti, pena la squalifica, e pertanto dovrò arrangiarmi da solo; in caso di rottura della macchina ufficiale, quella punzonata, dovrò ripararla da solo oppure ritirarmi. Si tratterà solo di resistere fino al punto di ristoro della corsa, dove potrò trovare cibo, bevande, assistenza meccanica e persino lavarmi e soddisfare le esigenze fisiologiche. Mi giro intorno e vedo ciclisti, spesso con baffi irti, abbigliati con indumenti e berretti di lana; li rivedrò questa notte: la partenza è fissata alle tre, qui a piazzale Loreto. Ore 2,53. Alla partenza siamo 127 ciclisti contro 176 iscritti. Tra i partenti ci sono molti Isolati cioè ciclisti che corrono autonomamente, senza un team, una sorta di ciclista ibrido, mezzo ciclista amatoriale e mezzo professionista. La folla ululante preme ai lati della strada. Un enorme luce artificiale, ci illumina, e per un attimo sembra quasi pieno pomeriggio: è una macchina da ripresa cinematografica, che immortala la partenza del primo Giro d'Italia, il più appassionante ed avventuroso. La lunga fila del gruppo, si articola in un tratto continuo che sembra non finire mai. Si scorre velocemente a tutta, davanti alla folla festante; eppure è notte fonda. Lo scroscio degli applausi, permane ogni istante, ma non riesce a sopraffare il vortice delle rotazioni delle dinamo che scivolano lungo i cerchi delle ruote. I fanalini del gruppo sembra infinite cicale in una notte di estate. I chilometri si snocciolano e tutto intorno a me è pura avventura. C'è chi per mordere una coscia di pollo perde l'equilibrio e va giù, altri che urtano in piena velocità contro sassi divelti dalle strade fatiscenti composte da sabbia mista a ghiaia; le forcelle in acciaio si rompono come grissini, a seguito di cadute incredibili. Quattordici ore in sella questa è stata la durata della prima tappa. I più colpiti dallo stress della corsa, sono gli isolati, esclusi persino dai posti fissi di rifornimento e che per questo possono solo sperare in offerte del pubblico. Gli organizzatori hanno il loro bel da fare impegnati a vigilare sui corridori e a mantenere l'ordine pubblico: lunghe fruste schioccavano nell'aria per tenere lontano centinaia di ciclisti che volevano unirsi ai concorrenti; fino all'arrivo dei cavalleggieri lanciati al galoppo a fianco dei ciclisti per proteggerli dalla folla fino al traguardo. All'arrivo dell'ultima tappa, gli organizzatori della Gazzetta dello Sport, soddisfatti diranno: "L'opera nostra è compiuta. Il primo Giro d'Italia ha segnato la sua orma incancellabile e a noi non rimane che registrarne il valore morale e prendere atto del grande suffragio ottenuto nell'Italia tutta... "  Per la cronaca: la prima edizione la vinse tale Luison Ganna, un muratore, che per recarsi al lavoro,ogni giorno, pedalava da Varese a Milano e ritorno; e per arrotondare il salario, al termine della giornata di lavoro, partecipava alle corse clandestine milanesi, organizzate dal Granida, gestore di un bar: presto divennero le corse del Club del Granida. Il secondo arrivato fu un certo Carlo Galletti, tipografo, piccolo di statura, che l'anno successivo si riprese la rivincita e si aggiudicò la seconda edizione. La passione per il ciclismo li fece diventare amici e riscattare dalla povertà; di questo ed altro, fu capace il ciclismo pionieristico. Perchè i campioni nascono in particolari momenti della storia, ma soprattutto dalla sofferenza, da sempre, la palestra per eccellenza, capace di forgiare caratteri e di  esaltare le doti naturali. Al primo vincitore andò un premio di 5.325 lire; al secondo un premio di 2.430 lire. W il Giro d'Italia. W il ciclismo eroico ( senza età). 

La cartina del primo giro d'Italia ( archivio di Marco Ferrero)

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