lunedì 16 marzo 2015

Il Terminillo e la neve. Pratica e cultura del ciclismo. Il giornalismo orfano di Brera.

La neve è caduta, sugli ultimi chilometri della salita del Terminillo, nella tappa regina della Tirreno - Adriatico 2015: una tappa spettacolare, una perla del ciclismo. Ma qualcuno che non ha memoria o conoscenza del ciclismo o forse appassionati o ciclisti amatoriali dell'ultima ora, hanno gridato allo scandalo (per cosa?): i ciclisti non dovevano correre per due chilometri, sotto la neve ! Per la verità, mi sorprende, solo che lo abbia fatto anche qualche ciclista professionista. Se mi pagano per pedalare, sotto la pioggia, la neve, il freddo e il caldo, giuro che non protesto ; lo faccio già' e GRATIS, per passione.
Caro ciclismo Perdona loro che non sanno quello che dicono ! Occorre fare un salto nella storia del ciclismo, se non si conosce il passato non si può comprendere appieno il presente. Lo stereotipo del ciclista è stato forgiato nel passato e tale deve rimanere. Armando Cougnet quando celebrava un campione come Girardengo sulla Gazzetta dello Sport, ne lodava resistenza e scriveva: " Davanti alla fatica, non boffava motto.". In queste parole, c'è l'essenza del ciclismo. Premesso ciò, il ciclismo è pieno di episodi come quello di ieri, anzi di altrettanti ben più duri o tragici, come direbbero i più sensibili.
Quarta edizione della Milano - Sanremo del 1910. Grandine, neve e tempesta investono i ciclisti in prossimità di Ovada, e li tormentano per il resto del tragitto, costringendoli, persino, a scendere dalla bicicletta ( di acciaio dal peso di 13 chili), lungo i tornati del Turchino. Diversi concorrenti ripararono persino nelle cascine, stremati e senza energie, soccorsi dai contadini e non assistiti come oggi da medici ed ammiraglie. Vi voglio riportare un passo scritto dal giornalista che compiangeva il grande Ganna, appiedato e privo di forze, ma "ancora deciso a lottare, ma a guardarlo si vedeva ch'era finito per quel giorno..." e che seguendo la corsa, celebrò le gesta di un anonimo corridore torinese che lottava con una bici gialla, sbattuto dal vento e tremante dal freddo: "Batteva i denti, ma arrivò in bicicletta, senza soffrire la mortificazione subita dagli altri, dai campioni, e quando fu a due passi dalla galleria, soltanto allora scese di sella. Nel mettere piede a terra le scarpette gli rimasero infisse sui pedali, me egli non se ne accorse. Chissà cosa vedevano i suoi occhi, quali voci percepivano le sie orecchie mentre l'imbastitura lo invitava a dormire, a dormire, ovunque fosse, pur che avesse fine lo strazio della carne non più sorretta dalla volontà. Adesso stava coi piedi nudi nella neve, intontito, assente. Gli corsi incontro, e mi cadde addosso con le braccia attorno al collo, mente un lamento sottile come un soffio gli usciva dalle labbra : " Oh mamma ...."
Ecco in queste struggenti e bellissime parole, che seppero celebrare lo strazio di un atleta, di un corridore, c'è racchiuso il senso del ciclismo: sacrificio, dolore, passione, forza e follia. 
Il ciclismo è pieno di episodi di eroismo sportivo; come quello accaduto l'8 giugno 1956, durante la terzultima tappa del Giro d'Italia, Merano-Trento, di 242 chilometri. I corridori attaccarono i 38 tornanti del Bondone, pendenza media 7,8 %, più di 20 km, sotto la bufera di neve; Tognazzi e Vianello, i famosi personaggi dello spettacolo, al seguito della corsa rosa, consigliarono a Coppi, di entrare nelle baite per rifocillarsi, immergendo le mani congelate in catini pieni di acqua calda. Durante la tremenda ascesa, i corridori, dovettero scendere dalla sella, e spingere la bicicletta, tra cumuli di neve, non rimossi dalla strada. Tognazzi e Vianello,  descrissero quei momenti duri, tipicamente ciclistici, con una telecronaca che cercava di sdrammatizzarne gli eventi: " Oggi i corridori salivano sotto la neve, sotto la bufera, con una volontà, con uno stoicismo, con un coraggio così grandi da diventare belli, come sono belli tutti gli eroi! ...Oggi persino Carrea ( ndr il famoso gregario di Coppi) è diventato bello !...." .
Penso che quanto riportato, sia sufficiente per spiegare che tutto quello che ieri pomeriggio è accaduto sul Terminillo, è assolutamente normale, ripeto, tipicamente ciclistico; solo i corridori sono capaci di compiere tali imprese. Non roviniamo tutto con polemiche sterili. 
Io sorrido; e lo faccio amaramente. La cultura è alla base di tutto, quindi anche dello sport. Non si può praticarlo se non se ne conosce la storia e il suo messaggio, se non se ne condivide la passione, in modo pieno e completo. Ebbene pochi, si lamentano per la neve; come se ci fosse stata una strage di ciclisti o altro episodio dolente di cronaca. In verità, tutti i corridori professionisti, tranne qualcuno che si è esercitato nella saccente critica, hanno invece pedalato a tutta, senza battere ciglio; hanno dimostrato cos'è davvero il ciclismo e di esserne autentici interpreti e perché è diverso dal calcio. In una parola: chi pratica il ciclismo non ha paura; per chi pratica il ciclismo conta solo arrivare al traguardo, ad ogni costo, persino del dolore fisico; se ne frega della coreografia; il ciclismo è uno sport per i figli del popolo e non per i "rampolli borghesi". Non è un caso che la tappa l'ha vinta un colombiano, il campione Quintana, di estrazione popolare, abituato a soffrire; per lui, non fa differenza, la neve, il caldo torrido; il ciclismo è riscatto, dolore, è sacrificio umano. Per me il ciclismo è la massima espressione del dolore, finanche una espiazione dei peccati, tanto che i ciclisti finiscono tutti in paradiso. La bicicletta è riscatto dalla povertà, da una vita amara.
Nel giornalismo sportivo attuale, troppo spesso manca la poesia, la forza della narrazione, la capacità di analisi. Le parole sono potenti, ma bisogna saperle lanciare, talune nella fantasia, altre scriverle sui fatti. Mi rendo conto che sono orfani di Brera. 
Il ciclismo non si pratica dal salotto; il ciclismo si pratica sulla strada; e guai a quei giornalisti che valutano una corsa solo sulla "carta", che non hanno mai pedalato su una bici da corsa. Chissà se lo ha fatto il giornalista sportivo RAI, Beppe Conti, che in una dichiarazione rilasciata, prima della tappa del Terminillo, ha dimostrato di non avere mai pedalato su una salita epica per il ciclismo, come quella del Terminillo, che vanta più arrivi in quota del Giro d'Italia, di non avere mai preso in faccia il vento o affrontato il sole torrido, pedalando, spinto dalla passione, desideroso dell'esercizio sportivo, che rende il ciclista come un guerriero. Egli ha dichiarato il Terminillo non sarebbe una salita dura, almeno come quelle dolomitiche. Niente di più sbagliato, caro Beppe Conti. Il ciclismo per raccontarlo completamente bisogna anche praticarlo e non studiarne solo la storia, quello è complementare. Non è un caso che il commentatore Gigi Sgarbozza ti abbia smentito, lui che il Terminillo lo ha affrontato molte volte. Se fosse per me, renderei obbligatorio l'uso della bicicletta da corsa, per tutti i giornalisti che vogliono scrivere o commentare il ciclismo. Caro Beppe Conti, il Terminillo, è una salita di 16,1 chilometri, fino al punto in cui era fissato il traguardo di ieri, ( ma è più lungo e duro se si arriva al passo), con una pendenza media del 7,6%, più dura del Pordoi e alla pari di altre salite dolomitiche; non farti confondere dalla collocazione geografica, altrimenti, potresti finire per dirmi, che il Blockhaus, terribile salita abruzzese, con la pendenza media più alta d'Italia, è una salita normale. Pensa al tuo errore ( ma non ti preoccupare, tutti sbagliamo, siamo solo delle persone), e al fatto che ieri, sul Terminillo, ha vinto uno scalatore vero, puro, di quelli che vivono sulle Ande, figli delle vette, dove non esistono giganti di statura; ricorda che se il Terminillo non fosse stata una salita di alta montagna, Hors Categorie, come del resto viene classificata dagli organizzatori, lassù avrebbe vinto, un passista anoressico, uno di quei giganti di 1,80 cm,  "costruito" con diete massacranti e  destinato a resistere poco nella carriera, che lotta contra la sua stessa natura, che lo rende invece adatto a pedalare contro il vento, lungo le pianure, costretto per contratto, a massacrarsi sulle salite per vincere la normalità, di cui il ciclismo ha bisogno, come linfa vitale; atleti che possono spingere forte sugli strappi, ma non sulle lunghe e ripide salite di alta montagna, dove conta il peso leggero, si, ma anche la particolare morfologia degli scalatori puri, se si vuole sfidare il principio fisico della gravità, senza stravolgere la verità; dove conta anche il baricentro basso di un piccolo ciclista, come il vincitore Quintana, capace anche per questo di scattare in faccia, agli altri favoriti, involandosi verso la vittoria, colorata dalla neve.   
E allora Beppe prima di valutare una salita, sali su una bici da corsa, oppure parla con un scalatore, e chiudi le guide distribuite dagli organizzatori; conviene. Ti stimo quando narri di Moser e Saronni, quando celebri come solo tu sai fare, il ciclismo eroico, ma non sono d'accordo ( e non solo io) quando parli delle difficoltà del Terminillo, andando contro corrente, a tutti i costi.  
Ecco perché pratica e cultura sono imprescindibili anche nello sport.

La fuga del vincitore della tappa: Nairo Quintana. Una  grande vittoria, tipicamente ciclistica, per un vero padrone della salita 



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