mercoledì 8 maggio 2013

C'è molto da riflettere anche al Giro d'Italia 2013.

Le immagini della tappa odierna del Giro d'Italia,  quelle  della tappa di domani, che avrebbe dovuto arrivare sul Galibier, ma anche quelle di alcune tappe dei giorni scorsi, fanno riflettere. E' noto, che negli ultimi anni, le condizioni atmosferiche  generali sono cambiate in peggio; è altrettanto noto, che sulle vette delle alpi, le condizioni climatiche e meteo sono peggiori ed imprevedibili, rispetto a quelle di quota 0, sotto l'ombrellone, e che prima di giugno, sulle cime sacre, il rischio freddo, neve e pioggia, è quasi certo; è noto infine che la primavera non esiste più. Per l'effetto, bisogna necessariamente modificare il calendario della corsa rosa, adeguandolo alla nuova realtà climatica. Nulla è certo, neanche il meteo. Ciò nonostante, gli organizzatori RCS del Giro d'Italia, hanno organizzato la corsa, facendola partire il 4 maggio e terminare il 26 maggio ! Inevitabilmente lo spettacolo è stato compromesso, favorendo le cadute dei corridori e costringendoli ad uno stress psico fisico che ne ha  minato l'efficienza immunitaria e la condizione atletica. Sono molto duro, ma va scritto: chi organizza un giro deve pedalare per capire, come poterlo organizzare al meglio; che ne sanno coloro, che in bici non ci vanno neanche a comprare il giornale ! Chi organizza una corsa a tappe, deve conoscere le alpi e coloro che lo hanno organizzato quest'anno, non le conoscono sufficientemente. Le loro scelte hanno compromesso, anche l'epilogo finale, causa i cambiamenti di percorso e il "taglio" delle salite dure; tutto ciò in effetti, non può che avvantaggiare, involontariamente, chi è primo in classifica. 
Ma le avverse condizioni meteo non possono fornire un alibi per i corridori. Nel passato, i loro colleghi, hanno corso con condizioni meteo da fine del mondo e senza assistenza tecnica al seguito ( era proibita, e i corridori dovevano pensare da soli ai guasti meccanici), con biciclette che pesavano 14 chili. 
Basta ricordare la storia del ciclismo, quello eroico. 
Alla Milano-Sanremo corsa nel 1910, grandine, tempesta e neve, si abbattono sui corridori, in prossimità di Ovada, e li tormentano per il resto del tragitto, costringendoli a scendere dalla bicicletta, lungo i tornati del passo Turchino. Diversi concorrenti ripararono nelle cascine, stremati e senza più energie, soccorsi dai contadini; molti di loro si ritirarono. All'imbocco della galleria del Turchino si assiste a scene tragiche; corridori giungono staccati gli uni degli altri, stravolti con indosso magliette di lana, fradice, tremanti e GHIACCIATI, procedevano come automi, inebetiti. Le intemperie mietono vittime. Ma la corsa non venne cambiata nel percorso. Riporto la cronaca di quel giorno: " Batteva i denti, ma arrivo in bicicletta, senza soffrire la mortificazione subita dagli altri, dai campioni, e quando fu a due passi dalla galleria, soltanto allora scese di sella. Nel mettere piede a terra le scarpette gli rimasero infisse sui pedali, ma egli non se ne accorse. Chissà cosa vedevano i suoi occhi, quali voci percepivano le sue orecchie...adesso stava coi piedi nudi nella neve, intontito e assente....mi cadde addosso con le braccia intorno al collo, mentre un lamento sottile come un soffio gli usciva dalle labbra: " Oh mamma....". Fu la generazione che si è sacrificata nella prima guerra mondiale. Altra Tempra. Niente tecnologia e medicina in aiuto; solo miseria e povertà.  Quell'edizione della classica la vinse Eugène Christophe, secondo Luigi Ganna, terzo Giovanni Ciocchi. 
Quest'anno invece la Milano - Sanremo è stata modificata nel percorso e i corridori hanno percorso parte della classica, riparati e trasportati nel caldo nei loro bus !!!!!
Ma rimanendo nella corsa rosa, andiamo all'edizione del 1960,  l'8 giugno, alla penultima tappa, la Trento-Bormio, con il Tonale e il Gavia. Ebbene i corridori transitarono, sul Gavia con la neve sotto i tubolari, in una strada ridotta ad un pantano, con sprezzo del pericolo, con la maglia di lana imbevuta di acqua e sudore, spingendo sui pedali,  biciclette pesanti, indomiti sulla discesa (che vi posso assicurare è) dura e tecnica, significa un lancio al buio verso il pericolo o la morte. Gli organizzatori non si sognarono di fare arrivare la tappa altrove e la tappa terminò sul traguardo stabilito. Altre pagine di storia del ciclismo, dove l'eroismo si intreccia con lo sport. 
Ma il tempo e il benessere mutano il gene e la tempra degli uomini; si adatta alle condizioni di vita. Mi chiedo come Torriani, mitico organizzatore del Giro dal 1949 al 1992, avrebbe organizzato il Giro del 2013 e come  Ganna, Bottecchia, Coppi, Bartali, tanto per citarne qualcuno dei Grandi eroi delle due ruote silenziose, con il benessere, la tecnologia e la medicina attuale, avrebbero corso il Giro del 2013. Sicuramente a loro non è servito il doping per essere grandi e sono altrettanto sicuro che avrebbero "macinato", quelli che oggi la stampa e il pubblico osannano. Chissà Gianni Brera cosa avrebbe scritto del Giro 2013. Già Gianni Brera! Ma dove sono finiti giornalisti come lui, Carosio e De Zan. Voglio giornalisti di qualità a commentare il Giro e non ex corridori, che per dargli un tono, vengono chiamati commentatori tecnici. Per cortesia, ognuno deve fare il suo lavoro. 
Mi piacerebbe, ma non ci sono più e ne sento la mancanza, in questo mondo, che va alla deriva, reso cattivo dalla ricerca spasmodica della ricchezza e rammollito dal benessere, con personaggi spesso sbugiardati dalla cronaca. Fermate il mondo, voglio scendere.

Tappa Trento-Bormio del Giro d'Italia 1960: passaggio sul Gavia. 


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